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mercoledì, marzo 09, 2011

Viaggio in Sicilia (undicesima parte)

Piazza Vigliena o Quattro Canti: dal sito http://www.globopix.net/
Palermo 1625: cause e origini di un'inarrestabile decadenza

Prosegue il racconto di quel favoloso viaggio in Sicilia di 30 anni fa, qui diventato virtuale perchè spinti all'indietro nel tempo, al secolo XVII. Dal racconto precedente Viaggio in Sicilia, decima parte, si erano compresi i motivi principali, lavoro e tasse, e aggiungiamoci anche il clima più salubre, per i quali molta gente di qua si era lasciata convincere dall'intraprendere quel viaggio dal Nord verso Palermo, nella stragrande maggioranza dei casi un viaggio senza ritorno. Il punto d'arrivo era stato Palermo, ma da lì molti lombardi si espansero poi per tutta la Sicilia. E a lasciare definitivamente la propria terra d'origine, in direzione di Palermo, non furono solamente lombardi dell'Alto Lario (vedere il post Emigranti del Lario verso Palermo), ma bensì anche abitanti di altre città, tra i quali primeggiarono, per numero di emigranti presenti in Palermo, che superava il 50% del totale immigrati, i genovesi. Andavano tutti in cerca di migliori condizioni di vita, della facilità con cui vi si trovava subito un lavoro decoroso. Palermo, come scritto nel post precedente, relativo alla serie del viaggio in Sicilia, in quei secoli XV, XVI e XVII era tutta infervorata nel cambiare il volto dell'antica città. Quell'alacrità e fervore, per l'abbellimento della città, ebbe dello strordinario se pensiamo che a Palermo, al pari di Milano, e quindi a nord e a sud dell'Italia, regnarono sovrani spagnoli per alcuni secoli, e che quindi la mente che sovrintendeva al fatto che in una località vi fossero migliori condizioni di vita rispetto a un'altra, dipendeva tutta dalla stessa mente pensante: era una mente unica a governare il tutto. E quindi, in mancanza di altri riscontri, si potrebbe supporre che Palermo in quel periodo godesse di privilegi o frachigie che in altre parti del Regno non esistettero.

Il misterioso personaggio storico di un nostro futuro racconto era tornato a Palermo dopo 35 anni da una precedente permanenza, e vi trovò una città ancor più bella e più rinnovata di prima. Ma sulla città incombeva già un fatale destino, che la portò verso quel declino inarrestabile di cui forse soffre tuttora.
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Nel 1615 a Palermo "su centoventimila abitanti c'erano almeno un migliaio di mercanti forestieri residenti, tra cui, più della metà, precisamente 592 erano genovesi. Anche l'arcivescovo, Giannettino Doria, era genovese, a conferma del rapporto privilegiato tra le due città.
Palermo si stava rivestendo di eleganza barocca, opulenta e ricercata.
Il trionfo della oligarchia neofeudale aveva solennizzato l'inizio del nuovo secolo con l'apertura di via Maqueda, ortogonale al Cassaro: l'operazione urbanistica era dettata da motivazioni sociali simili a quelle che avevano portato all'apertura della Strada Nuova a Genova, ma in questo caso il tessuto cittadino veniva spezzato con l'innesto di un secondo asse direzionale. Nel punto d'incrocio con il Cassaro si era formata la nuova piazza cerimoniale dell'Ottagono, poi detta dei Quattro Canti (foto).
La nuova quadripartizione urbana, attuazione letterale dello stemma municipale, raffigurante una croce che unisce e separa gli emblemi dei quattro quartieri, trovava la sua rappresentazione nel vasto apparato simbolico della piazza, ornata dalle statue delle sante protettrici dei quartieri (Oliva, Agata, Cristina, Ninfa), dei re di Spagna ( Carlo V, Filippo II, e dal 1621 Filippo IV), e delle quattro stagioni.
La simbologia dell'impianto a croce costituiva anche un riconoscimento del ruolo della Chiesa: a Palermo l'impulso architettonico del trionfalismo controriformistico ebbe una funzione trainante, assolvendo nel contempo un compito di coinvolgimento sociale. I grandi ordini religiosi promuovevano con fervore l'incisivo mutamento del quadro ambientale, monopolizzando la cultura (soprattutto grazie ai gesuiti, che controllavano l'istruzione superiore), gli investimenti immobiliari , l'organizzazione delle corporazioni artigiane.
La nobiltà, che si era rafforzata partecipando alla valorizzazione delle terre feudali, convergeva nella capitale per celebrare i fastosi riti del potere, attestandosi nelle grandi vie residenziali.
I coniugi Lomellini non potevano permettersi di vivere nei quartieri più eleganti, ma erano comunque in cerca di una sistemazione stabile; dopo i decenni trascorsi a Genova da una casa d'affitto all'altra, approfittarono dei prezzi più accessibili di Palermo per comprarsi un'abitazione dove trascorrere gli ultimi anni in tranquillità. Acquistarono dalla vedova Francesca Spinelli una "domus magna" - la registrazione è del 27 novembre 1615 - sita nell'antico quartiere arabo di Seralcadii, in "strada Pilerij", a ridosso delle mura cittadine. Da allora, negli atti notarili (*) e il marito saranno definiti "cives Panormi", cittadini di Palermo.
(...)
L'arrivo a Palermo nel 1623, come nuovo vicerè, di Emanuele Filiberto di Savoia, riaccese probabilmente un clima di attenzione attorno alla pittrice, poichè il Savoia - nipote e omonimo del celebre "Testa di Ferro" eroe della battaglia di San Quintino - era un figlio cadetto dell'infanta Caterina Micaela. Se (*), per visitare l'illustre pupilla, si era effettivamente recata a Torino, aveva conosciuto il vicerè da bambino.
Fu Emanuele Filiberto a convocare a Palermo, nella primavera del 1624 il pittore fiammingo Anton Van Dyck, commissionandogli un ritratto e una grande pala della Madonna del Rosario. Van Dyck era ormai un artista molto affermato: a ventidue anni, nel 1621 aveva lasciato Anversa per compiere un viaggio di studio in Italia, fermandosi a Genova sulle orme del suo maestro Rubens, e diventando un disputato ritrattista. Sicuramente aveva sentito parlare dell' (*) - ammirata anche da Rubens - e aveva potuto vederne alcune opere nelle quadrerie dei suoi committenti genovesi. Dopo aver proseguito il suo giro con tappe a Roma e Venezia per arricchirsi a contatto con i capolavori dell'arte rinascimentale, aveva risposto all'invito del vicerè arrivando a Palermo per mettersi al lavoro sul ritratto (foto, da Wikipedia)
La sua prima richiesta fu di poter incontrare (**).
La venuta di Van Dyck coincideva con lo scatenarsi di una devastante pestilenza: i primi casi furono registrati in maggio ma non si presero seri provvedimenti fino a giugno. Le autorità, dimentiche della rovinosa epidemia del 1575, tergiversavano, mentre la malattia, presa alla leggera, dilagava vertiginosamente.
La stessa visita di Van Dyck a (*), avvenuta il 12 luglio, quando a Palermo si contavano già milletrecento morti di peste, dimostra che non erano sospesi i ritmi della vita quotidiana in città. Anzi il pittore, nell'accurata descrizione che fa dell'incontro in una pagina del suo Quaderno italiano, non accenna neppure alla tragedia che stava decimando l'intera popolazione.
...
...Il rapporto fra Van Dyck e l'(*) non si esaurì in un unico incontro, perchè la pittrice prese il giovane sotto la sua protezione: "Fu da quella molto cortesemente aiutato nei suoi bisogni e sollevato in alcuni travagli che gli sopraggiunsero e gli diedero motivo di fermarsi molto poco in quell'isola".
In realtà fu la recrudescenza della peste ad allontanare il fiammingo dalla Sicilia: in agosto morì lo stesso vicerè, suo committente. (*) invece, nonostante il fisico debilitato dall'età, schivò la malattia, dalla quale era rimasta indenne anche nel 1575. In quell'epidemia morirono circa trentamila persone, un quarto dell'intera popolazione: per Palermo fu l'inizio di un'inarrestabile decadenza".

Nota: con l'asterisco (*) si è voluto indicare il nome di un personaggio "misterioso", il cui nome verrà rivelato in un prossimo post; in corsivo, la trascrizione delle pagine dalla 225 e seguenti del libro di Daniela Pizzagalli, La signora della pittura - Rizzoli Editore.

giovedì, marzo 19, 2009

Festività di San Giuseppe in Sicilia

Durante le recenti vacanze natalizie, ho pubblicato la prima parte dei ricordi del mio viaggio in sicilia, di anni fa. Durante quel giro per l'Isola, in un paesino del ragusano, Acate, appresi di un'antica tradizione in uso per il giorno di San Giuseppe, 19 marzo. Credevo che, col modernismo incalzante, tale tradizione stesse per andare in disuso. Invece, da una rivista locale, dall'emblematico titolo di Viaggio in Sicilia, ho appreso che essa è più viva e rigogliosa che mai.
Nella tradizione siciliana, la festività di San Giuseppe - qui venerato per essere il protettore degli orfani, i poveri e le ragazze nubili - è particolarmente sentita per le intercessioni e le grazie ricevute da parte del padre putativo del Cristo; per Acate è una ricorrenza ancor più speciale. Per l'occasione si usa preparare un pranzo, detto "pranzo sacro", offerto simbolicamente a tre persone particolarmente bisognose del paese, che rappresentano la Sacra Famiglia.
Il banchetto, allestito oggi all'interno delle case, si svolge su di una grande tavola dove, ai "tre santi", vengono servite svariate pietanze.
Il cibo è molto vario e offre quanto di meglio produce la campagna in quel momento. Per la sua preparazione sono impegnate intere famiglie, alcune volte anche per diverse settimane, soprattutto per preparare i i dolci della tradizione: turrini, giurgiulena, pastifuorti, cicirata, pagnuccata, mastazzola, mustata e varie marmellate.
Nella preparazione dei cibi, viene data molta importanza anche alla simbologia, soprattutto per il pane. A forma di bastone, viene decorato con un giglio, per simboleggiare la purezza. Il pane di Maria, con una rosa simbolo di verginità e un ramo di palma simbolo di pace. Il pane di Gesù, decorato con gelsomini, uccelli e simboli della Passione.
Altre ghiottonerie, della sapiente cucina popolare siciliana, appositamente preparate in occasione di tale ricorrenza, per "onorare" ospiti così particolari, sono i cucciddati, i cassateddi, e i baddotti.

Questo post si affianca egregiamente a quanto scritto dall'omologo Marsh, pubblicato sul Giardino delle Esperidi ( questo post ), che parla di folclore e devozione nei canti popolari sacri, dove i siciliani primeggiano.

Allegato: http://www.fotoartearchitettura.it/Multimedia/Sicilia/eventi/30.html

lunedì, dicembre 29, 2008

Viaggio in Sicilia (quinta parte)

Ho trovato gli appunti di quel viaggio "modificato strada facendo", di 28 anni fa, conservati nell'Atlante Automobilistico 3, del Touring Club Italiano. Se fossimo scesi dal Traghetto Napoli-Palermo, anzichè arrivare in Sicilia via auto (ed entrando da Messina), per arrivare alla meta avremmo dovuto percorrere 240 km. Così, invece, ne avevo già percorsi 600, da Napoli a Catania, e me ne restavano ancora 100 o 130 (a seconda dell'itinerario) da percorrere. Inoltre, facendo l'autostrada che transita da Buonfornello, Caltanissetta ed Enna, sarei uscito a Mulinello e, diretto a Piazza Armerina, che avrei trovato nel mio tragitto verso Gela, avremmo sostato alla celebre Villa Romana del Casale, per ammirarne gli antichi mosaici romani. Ma non fu così, e me li sono persi per sempre: chi ci va ora fin là per ammirarli? Dal centro di Palermo a Piazza Armerina ci sono solo 163,3 chilometri di comoda autostrada e superstrada (nel tratto dopo Mulinello); il fatto è che prima devi arrivare a Palermo, da qualunque parte del mondo in cui ti trovi.

Ma ora ero a Catania, e dovevo arrivare fino a sud della Sicilia, sul litorale. Avevamo due alternative: arrivarci passando da Caltagirone, oppure da Vizzini. Scegliemmo la prima, dove la strada è più lunga, ma forse più veloce, e senzaltro più panoramica. La soluzione più corta, ce la saremmo riservata per il ritorno.

La Catania - Caltagirone è detta strada a scorrimento veloce, ma solo 2 km lo sono dichiaratamente, al contrario della Catania-Vizzini che ne ha 13. In compenso, però, quella per Caltagirone riserva ben 23 km di strade panoramiche (e lo sono veramente, perchè li ho provati), mentre l'altra ne ha solo 11. Da Caltagirone alla meta, ci sarebbero stati altri 24 km di strade panoramiche, al contrario dell'altro itinerario che, da Vizzini alla meta non ne avrebbe più riservati.

Vado ai ricordi di 28 anni fa.

Lo scorrimento, in ogni caso veloce, di quella strada per Caltagirone, era dovuto al fatto che non incontrammo un solo semaforo, un dare la precedenza, uno stop: precedenza assoluta su tutto il tragitto. Ce lo dissero, che avremmo fatto presto, e, quel ritardo di un'ora, sul ruolino di marcia, fu dovuto all'incantesimazione procuratici dai paesaggi.

C'è da premettere che in tutti quei 55 km, dal ponte Buttaceto secondo, fuori Catania, fino al
ponte Dattaino, prima del bivio per Gela, incontrammo rare macchine: forse 20, 30, 40, comunque poche. Rispetto a me, che ero abituato agli ingorghi perenni di Milano, fu già come toccare il cielo con un dito. Poi, vi erano da contemplare i panorami della campagna, completamente diversa da quella ammirata fino a due giorni prima, qui al nord.

Il terreno, e le zolle, fresche di aratura e forse semina, nonostante fosse pieno inverno mi apparivano come bruciate dal sole, come, forse, in pieno agosto qui da noi, al nord, nei periodi di forte siccità. Radi animali scarni al pascolo, brulicavano la scarsa erba. Era un aspetto abbastanza desolante, quello che ci appariva in prossimità di Caltagirone, il cuore della Sicilia, ma veramente unico, per chi non vi è abituato.

Entrati per breve tratto in città, percorremmo forse il viale Principe Eugenio, perchè fui veramente stupito nel vedere, dopo tutto quel terreno "bruciato dal sole", un lungo viale costeggiato da enormi alberi di eucalipto, lussereggianti di foglie sempreverdi in pieno inverno.

Quel lieve timore che mi aveva pervaso a Catania, mi prese anche lì a Caltagirone, ma mi passò subito perchè mi rincuorò il fatto che sapevo che in quella città era nato Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano.

venerdì, dicembre 26, 2008

Viaggio in Sicilia

Era una giornata di sole, splendida e soleggiata come questa, con la differenza che oggi, dietro una lieve foschia, vedo le alpi innevate e il Pirellone, dalle finestre di casa mia; allora, ero intento a contemplare una larga distesa di lunghi filari di aranci carichi del loro frutto dolce-agrumoso, dalla buccia arancio carico: i migliori in assoluto.
Mi trovavo a 1500 km d'auto da dove sono oggi.
Vicino a quel casale, sotto il cui bel porticato abbiamo pranzato, all'aperto, quasi in maniche di camicia, scorreva lento e sonnacchioso il fiume Dirillo: ero in Val di Noto. Il Castello lì vicino, proprietà dei Principi Paternò, aveva ospitato, circa 160 anni prima, il poeta inglese George Gordon Byron, e, 33 anni prima di lui, Johann Wolfgang von Goethe.

Programmai quel viaggio, settimane prima, insieme a colei che è diventata la compagna della mia sorte. Ci teneva tanto a presentarmi alla folta schiera di coloro che mi sarebbero poi diventati zii e cugini.

All'epoca del mio viaggio, vi era, in quella parte sud orientale della Sicilia, la provincia siciliana detta "babba"; e ancor oggi, forse, è chiamata così.
Della provincia Babba aveva una grande conoscenza Leonardo Sciascia, ma colui che ne ha dato la miglior definizione è stato Gesualdo Bufalino, che di lei ha scritto:

"a Comiso come in tutta la contea - fino a pochi anni addietro "mafioso" era soltanto un aggettivo: ad esaltare le qualità di qualcuno o qualcosa. Che non è differenza da poco, tra quella sicilia in cui "mafioso" è sostantivo, e di criminale sostanza, e questa in cui - senza i giornali, la televisione e i libri - ancora sarebbe un vago aggettivo. Nella contea insomma è ancora possibile cogliere qualche reliquia della serenità del vivere, del toccare a momenti - fuggevolmente, con tenerezza e rimpianto il giusto della vita. "Affè mia, qui più sicuri corsero i tempi" - direbbe il marchese di Villabianca. »"

Eravamo nel pieno degli anni di fuoco del "Capo dei Capi", e, tutti coloro che in quegli anni visitavano l'isola, lo facevano col grande timore di vedersi trovati coinvolti in una delle battaglie sanguinarie da lui ingaggiate. Guerra tra bande, e guerra allo Stato, che noi abbiamo conosciuto dal vivo e che sembrava non avesse mai fine. I più giovani, invece, stanno imparando a conoscerla, oggi, attraverso la mirabile fiction televisiva che Mediaset ha realizzato allo scopo, accollandosene critiche, onori ed oneri.

(segue)

sabato, dicembre 27, 2008

Viaggio in Sicilia (seconda parte)

Quella volta, il Natale era venuto di giovedì, come quest'anno: era il 1980. I cinque ponti infrasettimanali, con le due feste più importanti, Natale e Capodanno, che cadevano a metà settimana e l'Epifania, di martedì, ci avevano consentito di realizzare quel suo sogno, senza intralciare più di tanto l'attività lavorativa di équipe: lei, collaboratrice nella sua azienda di famiglia; io, produttore per una nota Cartiera.

I preparativi per la casa andavano a rilento e un imprevisto ci costrinse a rinviare di due giorni l'inizio di quel viaggio. Lunedì 22 sarebbe stata necessaria la mia presenza in "cantiere"; lo slittamento mi obbligò così a cancellare la tappa di Firenze, a cui avrei tenuto moltissimo. Lei non ne fù contrariata, perchè a Firenze c'era già stata.

Alle 15 di martedì 23 varcammo il casello di Melegnano. La giornata era splendida, come quella che c'è oggi, qui a Milano. Ero alla guida di un'Alfa Romeo "Giulietta 1600", in "perfetto assetto di guida", avuta in prestito. Per me, che fino a un'ora prima ero stato abituato a condurre una Fiat 127 e, prima ancora, ero stato possessore di due Fiat 500, non avrei abbastanza parole adatte per descrivere i pregi di quella favolosa (a dir poco) macchina Alfa Romeo. Maneggevolezza ed elasticità e sicurezza di guida, che, secondo il mio parere da "profano", sono ancor oggi ineguagliabili da un qualsiasi modello in commercio. Fino a Bologna, non feci altro che decantarne i pregi.

In quelle condizioni di spirito e di "situazione generale" il viaggio si preannunciava sotto i migliori auspici. Sosta di qualche ora, tra Firenze e Roma, per essere alle sette dell'indomani mattina al Porto di Napoli, dove avevamo in programma il traghettamento per Palermo. Ma il viaggio, fin lì, era stato confortevole; non c'era neve o ghiaccio sulle strade, solo un pò di umido, che si sarebbe dissolto ai primi raggi del sole; la visibilità era ottima. Con pochi minuti di ragionamento scartammo la soluzione del Traghetto Tirrenia per Palermo e ci inoltrammo verso l'autostrada in direzione di Reggio Calabria. Aveva inizio un tratto di percorso che non era stato previsto, ma del quale non avrei dovuto perdere la possibilità per fare due soste: alla Certosa di Padula e, a Reggio, per ammirare cosa fosse quel chilometro più bello d'Italia decantato da Gabriele D'Annunzio.

La Certosa di Padula, in quel periodo, mi era parsa come in uno stato di pietoso abbandono. Da dietro le reti di protezione, avevamo scorto cumuli di macerie che sembravano abbandonate là. A dare speranza sulla sua rinascita, s'intravvedeva, però, un certo fervore per lavori di restauro che, forse, erano stati iniziati da poco tempo. Se dovessi tornare oggi sul posto, resterei senzaltro stupito nel vedere come quei lavori, che sembravano andare assai a rilento, hanno riportato fascino, poesia e pace e raccoglimento spirituale che erano propri di quella splendida, austera, rinomata località. Coloro che, del mio nord, ne avessero sentito parlare in termini appropriati, ne venivano attratti come una calamita. Era stato proprio il caso mio.

Per tappe forzate, perchè la stanchezza cominciava a farsi sentire, e al contrario della mia compagna di viaggio, che non vedeva l'ora d'arrivare alla sua terra natia, ripresi a malinquore il viaggio e, dopo aver percorso il lungo rettilineo sopraelevato dell'autostrada calabra, senza quasi accorgerci arrivammo in vista dello Stretto. C'era ancora un sole caldo, e, a segnalarci il suo approssimarsi, prima ancora della vista fu l'odorato: l'aria cominciava ad essere impregnata del "profumo di mare". Sorbendo i rimbrotti di colei che mi stava seduta di fianco, con la scusa di voler prendere un traghetto delle linee private, anzichè quello delle FF.SS, deviai, uscendo dall'autostrada per dirigermi verso il Lungomare di Reggio: avevo sentito parlare, con enfasi, del Chilometro più bello d'Italia. Non volevo perdermelo.

Erano circa le 17 della vigilia di Natale, c'era rimasta ormai poca luce, ma ne volli approfittare comunque, per ammirare la sponda siciliana, vista "dall'al di quà dello Stretto", anche se il motivo principale fu quello che ho detto. La definizione di chilometro più bello d'Italia fu coniata da Gabriele D'Annunzio durante una sua visita sul posto, dopo che quel tratto di lungomare era stato ricostruito, a quanto si diceva molto bello, in seguito al devastante terremoto del 1908.

Ma anche questo, al pari della Certosa di Padula, mi aveva fatto vedere segni di un certo decadimento, che non erano meritori di quella fama acquisita negli anni '20. E soltanto più tardi, in seguito ai lunghi e costosi lavori di completamento e ammodernamento, avvenuti dopo il 1980 - anno in cui sono avvenuti i fatti di cui scrivo - sarebbe venuto a splendere della bellezza di cui il turista attuale può godere.
Il lungomare reggino, ben più lungo dei mille metri ai quali ci fa pensare la definizione, è talmente bello che, nel 2005, l'organizzazione del Giro d'Italia, vi fece partire quell'edizione, mostrando così, al mondo intero, i lavori fatti per riportare ai fasti uno degli angoli d'Italia fra i più belli e suggestivi d'Europa.

(segue)



Le foto sono di proprietà Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Lungomare_Falcomat%C3%A0 , e Certosa di Padula, e verranno cancellate qualora ce ne proibisse l'uso. Sono attuali e, ad esempio il Lungomare, che vedete, non è come lo vidi il tardo pomeriggio del 24 dicembre1980.

martedì, dicembre 30, 2008

Viaggio in Sicilia (settima parte)

Vigeva, in quella parte della Sicilia, ma credo esista tuttora, come credo esistesse ed esista da altre parti dell'Isola, e non solo, l'usanza di dare sfoggio o pubblicità dello stato di avanzamento del proprio status sociale.
Le case di quei parenti, che visitammo in quei giorni, presentavano tutte la particolarità d'avere il doppio di tutto, escluse le camere da letto: doppia cucina, doppio bagno, doppia sala soggiorno. E il "doppio" era mantenuto assai bene: lindo, pulito, immacolato: serviva solo per e in caso di ospiti di riguardo, fuori dal comune, che non fossero i frequentatori abituali della casa.
M'era così capitato d'intravedere, in quella che per loro era diventata un'usanza popolare, una sorta di gara sommersa a chi facesse meglio; a chi riuscisse meglio a ristrutturare, modificare, arredare, arricchire la propria casa.
Ecco, se voi volete pensare al termine "mafioso", così per come l'aveva coniato Gesualdo Bufalino, proprio per gli abitanti del ragusano, e immediati dintorni, questa, che era una manifestazione di sfoggio per darsi importanza, può darvene esattamente l'idea.
Del "mafioso" qui veniva dato a colui o coloro che davano largo sfoggio del proprio maggior benessere acquisito. Non era rado sentire che di notte, furtivamente qualcuno scendesse nelle strade a misurare la lunghezza dell'auto del vicino, perchè, in occasione del proprio acquisto, o cambio di vettura, l'avrebbe scelta purchè fosse di lunghezza maggiore.

I doppioni di servizi, e quantaltro, erano solitamente dislocati nel piano fuori terra, al primo piano e, a volte, in altri piani più in alto. E, nonostante fosse una zona povera d'acqua "comunale", questa non mancava e scorreva normalmente: ciascuno s'era creato ampi e invisibili serbatoi d'acqua piovana sui tetti.

In una casa come queste, avvenne quel mio pranzo di Natale 1980, e lì vi trascorremmo quattro giorni e quattro notti, nonostante il nostro intendimento fosse stato ben altro: visitare tutti i luoghi magici della Sicilia.

Lì scoprii la cordialità e l'affettuosità siciliana. All'indomani del già ricordato pranzo all'aperto all'aranceto, nel Circolo del paese, locale di ritrovo dove solitamente avvengono i "discorsi" e i "dibattiti" tra la gente del posto e fuori posto, fu improvvisato uno spettacolo musicale, per far vedere a me, venuto dal nord, come ci si divertiva da quelle parti. G. e N., cugini della mia "accompagnatrice di viaggio", si misero uno alla tastiera e l'altro alla batteria, ma non disdegnarono neanche fisarmonica, tamburelli e lo "scacciapensieri", antico strumento musicale, siciliano per antonomasia. Scoprii che erano artisti provetti. Frammiste alle canzoni in italiano, con altri elementi del loro gruppo band diedero sfoggio della loro eccezionale bravura, interpretando motivi del loro repertorio, sia in italiano che in siciliano, ma soprattutto antichi e vecchi brani del folclore siciliano (sciuri, sciuri - vicchi nà crozza - e altri a me completamente sconosciuti e difficilmente rammentabili).

Per questo ed altri imprevisti "contrattempi", dovemmo limitare il tempo da dedicare alla visita dell'Isola. Fummo costretti a brevi e fugaci "salti" nei luoghi e località cui avremmo voluto dedicare più tempo. Fu così per la Valle dei Templi, il Palazzo dei Normanni, la Cattedrale e il Centro di Palermo, il Duomo e il Chiostro di Monreale e il Parco della Favorita con il Monte Pellegrino e la "Conca d'Oro".

Poichè ci tenevo molto, riuscimmo a dedicare più tempo a Siracusa: lo avevamo raggranellato sottraendolo alle escursioni dei tre giorni precedenti.

Ma, "tutto il resto", tutte le altre "ricchezze" dell'Isola, dovettero essere "tagliate" via.

lunedì, febbraio 14, 2011

Viaggio in Sicilia (decima parte)


Palermo, piazza Pretoria, da Wikipedia
La visita che feci a Palermo dal 30 dicembre 1980, fino al giorno di Capodanno del 1981 sarebbe stata ben più coinvolgente se a quel tempo avessi già avuto più precise cognizioni di quanto era avvenuto in quella città nei secoli XV, XVI, XVII: una grande rivoluzione urbanistica e di abbellimento cittadino che aveva richiamato maestranze qualificate, soprattutto architetti, scultori e pittori, ma anche muratori, carpentieri e manodopera comune dai paesi dell'Alto Lario; gente in cerca di lavoro, alquanto carente a quell'epoca nella loro terra. E fu così che in quel periodo avvenne quella famosa immigrazione all'incontrario dal Lario verso Palermo, durante il quale molti abitanti dell'Alto Lario si trasferirono, soprattutto a Palermo, lasciando di fatto vuoti e disabitati i loro borghi di montagna. Credo pertanto non azzardato affermare che in quel periodo i paesi di montagna dei circondari di Dongo, Gravedona e Gera divennero di fatto dei paesi fantasma. In virtù di quel lungo periodo migratorio possiamo anche ben dire che molti dei siciliani attuali hanno sicuramente antiche origini lombarde, perchè da Palermo detti immigrati sicuramente si espansero poi per tutta la regione, contribuendo anch'essi al forte incremento demografico sviluppatosi nell'Isola in quell'epoca. Quell'evento migratorio prolungato, e fatto su larga scala, in questo caso renderebbe plausibile la creazione di un gemellaggio tra le due regioni, Sicilia e Lombardia, o quantomeno tra le due province di Palermo e Como; istituzione che, in questo caso, sarebbe supportata da quegli antichi forti legami di sangue.

C'è un libro, La Signora della Pittura, Sofonisba Anguissola, scritto magistralmente da Daniela Pizzagalli, la quale ogni anno pubblica la biografia di una grande donna di quelle epoche, ma cadute poi lentamente nel quasi dimenticatoio, che descrive assai bene la Palermo del periodo di cui stiamo narrando. Le sue descrizioni sono magniloquenti, così come lo è stato nel caso della storia di Correggio agli inizi del '500. La descrizione che fa di Palermo di quell'epoca è anch'essa talmente accurata, che non mi resta che trascriverla integralmente, confidando nel fatto che l'autrice mi abbia tacitamente ad accordare il permesso di pubblicare il suo seguente brano.

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""Chissà se anche Sofonisba Anguissola, sbarcando a Palermo, sentì nell'aria quella fragranza di violette che il Falzello, nel suo De Rebus Siculis pubblicato nel 1558, assicurava deliziasse tutti i visitatori: un effetto del sale marino scaldato ai raggi del sole cocente.
Dal congestionato traffico del porto, sulle cui banchine si riversavano preziose merci da tutto il mondo, comprese di non essere arrivata in una languida periferia dell'impero, ma nel cuore del Mediterraneo, in un attivo centro di smistamento e di scambi animato da una società colta e raffinata.
Don Fabrizio de Moncada era probabilmente ad attenderla sul molo e Sofonisba , superato l'imbarazzo del primo incontro grazie al suo carattere estroverso e all'esperienza in ogni codice di comportamento, si lasciò guidare, emozionata e curiosa, alla scoperta della sua nuova patria.
La bella città murata si ergeva su mille stratificazioni: a causa della sua posizione strategica sicani, elimi, greci, fenici avevano successivamente popolato quella collina perpendicolare alla linea di costa, situata nella parte più interna di un ampio golfo protetto dai venti, dove gli approdi erano facilitati dalla presenza di due corsi d'acqua, uno a nord, il Papireto, alimentato da numerose sorgenti, l'altro a sud, il Kemonia, a carattere torrentizio.
La prima grande cinta di mura, sulla sommità della collina, era stata cartaginese e risaliva al sesto secolo a.C. La città fu poi conquistata dai romani, dai bizantini e dagli arabi, che ne fecero nel decimo secolo una capitale.
In questo ruolo Palermo aveva vissuto uno sviluppo urbanistico intenso e complesso; all'antico nucleo sulla sommità dell'altura, chiamato dagli arabi al-Kasr, poi il Cassaro, si aggiunsero altri quartieri, costruiti sulle rive dei due corsi d'acqua. L'emiro si era insediato presso il porto, nella cittadella a quattro porte della Kalsa, ma il Cassaro restava il fulcro della città, con la "via marmorea" fiancheggiata dai palazzi delle famiglie più importanti e da moschee, tra cui la stessa cattedrale, trasformata in luogo di culto islamico.
Con la conquista normanna dell'undicesimo secolo il Cassaro era tornato a essere il centro pulsante della città, con il palazzo reale degli Altavilla e le abitazioni della nuova classe dirigente feudale, mentre l'area del porto veniva ripartita tra le varie comunità dei mercanti marittimi, le "nazioni" degli amalfitani, dei pisani, dei genovesi e anche di gruppi stranieri.
Il riassetto del circuito difensivo, tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo, aveva inglobato stabilmente anche le zone abitate oltre il Papireto e il Kemonia. Con la conquista francese dell'Italia meridionale da parte degli angioini, Palermo aveva perso il ruolo di capitale a favore di Napoli, recuperandolo dopo la guerra dei Vespri con l'occupazione aragonese. Sotto la dinastia aragonese furono introdotti in Sicilia criteri di razionalizzazione amministrativa e di trasformazione edilizia.
Il re di Spagna Ferdinando d'Aragona nel 1482 accordò al pretore di Palermo il permesso di demolire strade e piazze "per ornamento e decorazione" della città, che all'inizio del Cinquecento fruì anche del rifacimento della cinta muraria secondo la nuova tecnica di baluardi e fossati.
In una città che viveva da vicino tutte le vicende militari mediterranee, negli anni di massima tensione tra l'impero spagnolo e quello turco, era necessaria una radicale opera di ristrutturazione urbanistica. L'impegno per il rinnovo della cinta fortificata predominava negli intenti dei vari vicerè che si succedevano, a partire da Ferrante Gonzaga che poi, trasferito a Milano, avrebbe portato avanti lo stesso progetto.
La potente cinta bastionata, i cui lavori si sarebbero protratti fino a metà Seicento, avrebbe inglobato la Cittadella realizzata sull'antico Castello a Mare (
http://www.youtube.com/watch?v=A3jtGfyyavU), sconvolgendo l'assetto urbanistico. La funzione di piazzaforte comportava un adeguamento degli spazi pubblici e una diversa dislocazione delle sedi politiche e militari.
Il vicerè Giovanni de Vega a metà del Cinquecento installò la sua sede nell'antico palazzo reale normanno, attorno al quale fu creata una spianata, fiancheggiata dal nuovo quartiere militare spagnolo.
Sempre motivazioni di carattere militare spinsero nel 1565 il muovo vicerè Garcia de Toledo a gettare le fondamenta di un grandioso porto verso nordovest, separato dalla città, e nel '67 ad ampliare e rettificare la via del Cassaro, per prolungarla poi in linea retta fino alla Marina, con un corposo sventramento nel tessuto medioevale.
Si era così compiuta una vistosa operazione urbanistica che, in stretta connessione con i lavori di fortificazione, rinnovava profondamente lo spazio centrale della città, creando un asse longitudinale di comunicazione che in onore del vicerè si chiamò via Toledo (
ora Corso Vittorio Emanuele), con funzione anche cerimoniale di alta rappresentanza, lungo il quale si disposero le piazze con le principali istituzioni cittadine e i più prestigiosi edifici nobiliari e religiosi.
Nel 1567 veniva aperta la piazza che prese il nome dalla famiglia Bologni, tra la cattedrale e la piazza del Pretorio, dove a sua volta il governo municipale rinnovò la propria sede, spianando la piazza per rivolgere su via Toledo il fronte del Palazzo senatorio.

La strada rettilinea, nata con chiari requisiti strategici, restò dominante anche quando sotto il vicerè successivo, Marcantonio Colonna, insediatosi nel '77, divennero meno impellenti le esigenze militari: dopo la vittoria di Lepanto, alla quale lo stesso Colonna aveva validamente contribuito, la minaccia turca sembrava allentata.
L'intera Sicilia viveva un periodo di prosperità. Se all'inizio del Cinquecento contava poco più di mezzo milione di abitanti, a metà del secolo era arrivata a ottocentomila: solo a Palermo, la popolazione era passata da venticinquemila a centomila anime.

L'assetto sociale cittadino presentava l'incontrastato dominio dell'élite nobiliare che, facendo parte del Parlamento, era costretta a risiedere nella capitale, rinsaldando così i legami tra Palermo e i feudi rurali disseminati in tutta l'isola. La classe baronale viveva con magnificenza, accumulando forti redditi dalle proprietà terriere, la cui produzione agricola era molto richiesta sui mercati internazionali.
La voce principale dell'esportazione era il grano, ma erano in forte espansione anche la coltura della vite, quella del gelso, con un importante commercio di seta greggia, e quasi altrettanto sviluppata quella dello zucchero di canna. I "trapetti" siciliani, cioè le manifatture in cui si bolliva il succo delle cannamele per trasformarlo in zucchero, erano i più antichi d'Europa, impiantati al tempo della dominazione araba, ma stava avanzando la concorrenza estera, soprattutto degli olandesi che, giovandosi del lavoro degli schiavi nelle colonie, producevano zucchero a prezzi imbattibili.
La nobiltà terriera aveva reso fastoso lo stile di vita cittadino, moltiplicando feste e celebrazioni, delle quali la trionfante Chiesa postridentina tendeva, come nel resto dell'Italia, ad assumere l'iniziativa e la guida, coinvolgendo tutta la popolazione. La competitività con cui le corporazioni artigiane e le diverse nazioni dei mercanti costruivano chiese e cappelle dimostra l'influenza delle istituzioni ecclesiastiche nella vita della città.""

28/5/2012  Il nome della Signora della Pittura, Sofonisba Anguissola, è stato inserito dopo la pubblicazione del post Sofonisba Anguissola e il suo tempo .

mercoledì, dicembre 31, 2008

Viaggio in Sicilia (ottava parte)


Faccio un salto in avanti di un paio di giorni, così mi è dato modo di fare gli Auguri di Buon Anno ai miei Affezionati Lettori. In particolare a Nessie, che, pur in vacanza, ha avuto modo di far capolino da queste parti, per fare gli auguri a tutti noi del Gruppo.

Auguri particolarmente utili e graditi, stando alle fosche prospettive che pare si debbano dover attendere gli abitanti della Terra.
Dunque. Qui a Milano, oggi splendeva il sole come quel giorno di San Silvestro là a Palermo. Ma qua, dopo le nove è sparito, avvolto da una coltre di nubi, mentre là aveva dominato per tutto il giorno. Eravamo arrivati a Palermo il giorno prima, provenienti dalla Valle dei Templi di Agrigento, ed avevamo preso alloggio in quell'albergo di via Errante, diretto da una persona squisitamente dai modi affabili e gentili: un gentleman, forse d'altri tempi. Ci mise subito a nostro agio. Non c'era più posto nel garage interno, fece allora portar fuori la vettura di qualche suo dipendente, facendovi alloggiare la nostra.

Palermo, in quegli anni, non era molto raccomandabile, per via del "comportamento" "poco civile" di alcuni suoi abitanti; così lui ci evitò "spontaneamente" un "pericolo", e ci diede pure preziose informazioni per come muoverci e comporarci all'interno della città. In poche parole: ci fu molto prezioso.

Ci spostammo a piedi, quel pomeriggio, per le vie del centro della Palermo Vecchia. Una città multicolore e multicolormente variopinta. Camminavamo guardinghi, seguendo i preziosi consigli dell'albergatore, ma eravamo estasiati alla vista di una moltitudine di negozi multivariegati, tra i quali ve n'era uno stuolo di quelli che vendevano i classici dolcetti siciliani e i souvenir di quella magica terra di sicilia: carrettino siciliano, e scacciapensieri (marranzano), in primis. Saltavamo da un lato all'altro delle vie, per non perderci neanche una vetrina. E' assai probabile che qualcuno mi abbia anche sentito esclamare: Oh bej, Oh bej; dalla ragazza di fianco a me, no, perchè all'epoca non spiccicava una sola parola di milanese.

La sera del giorno del nostro arrivo a Palermo, a nanna presto, come pure la sera dopo, quella di San Silvestro di ventotto anni fa. San Silvestro: come oggi qui a Milano.
Niente veglione di Fine d'anno. I botti, che a Palermo sono particolarmente fragorosi, ce li eravamo goduti da sotto le coltri. Eravamo reduci dai quei quattro giorni nel ragusano che ci avevano "spossato" e ci avevano sconvolto la cironferenza addominale. Colei, che mi accompagna da quei giorni, ci tiene molto a "quella misura circonferenziale", e, per tenerla sotto controllo, fin d'allora, la prima operazione mattutina è quella di procedere alla "pesatura". E devo dire che, in tutti questi anni, ha saputo mantenersi costante come allora. Questione di carattere: tosto, orgoglioso e puntiglioso, come è tipico dei siciliani veraci.

E, in aggiunta, quella sera di San Silvestro, prima del rientro, obbligo di santa messa in Cattedrale. Officiava il Cardinale Salvatore Pappalardo, lo stesso che ho rivisto ieri sera (personalmente lui, e non un attore) nella fiction televisiva "Il Capo dei Capi", su Canale5. Nel rivederlo mi sono commosso, pensando a quella sera di ventotto anni fa, in quella splendida Cattedrale.

Alla fine della funzione religiosa, il Cardinale si era intrattenuto un poco a fraternizzare con i presenti, sfilando poi via in mezzo a loro, affiancato e seguito da uno stuolo di alti prelati abbigliati a tutta festa.
Passò proprio di fianco a noi, sfiorandoci e benedicendoci.
Foto in alto: Cattedrale di Palermo. Da Wikipedia. Per ingrandire, cliccare sulla foto.

domenica, dicembre 28, 2008

Viaggio in Sicilia (terza parte)

Per ragioni diverse, ma convergenti, ambivamo molto a quel viaggio: lei, per ricalcare il suolo natio e riabbracciare i consanguinei, io, per ammirare dal vero i luoghi favoleggiati della Sicilia: Castello di Eurialo e Valle dei Templi, in modo particolare.
Di quei Luoghi, me ne aveva parlato, con enfasi e particolari da favola, un caro collega che, negli anni '60, vi aveva fatto il suo viaggio di nozze. Favoleggiare su Eurialo e Niso, e Archimede, e gli Specchi Ustori, e le navi Romane ancorate nel mar Egeo, di fronte a Siracusa, sotto quel promontorio dove si ergeva la Fortezza, per quel mio collega fu un tutt'uno, ed era stato di gran lunga il suo argomento preferito di divagazione, per lungo tempo.
E quella sera della vigilia di Natale 1980 avevamo entrambi fretta di arrivare a quelle mete "diverse, ma convergenti".
Poichè la traversata da Reggio sarebbe stata più lunga, e l'attesa per il traghetto, ancor più lunga, tornammo a Villa San Giovanni e c'imbarcammo sul traghetto delle FF.SS. Stranamente, non c'erano code, e arrivammo all'imbarco, e posizionati sulla nave in un baleno. Dopo mezz'ora eravamo di là dallo Stretto. Erano da poco passate le 19.
Iniziava il tragitto dei sogni e delle favole.
L'arrivo dalla parte sicula-orientale, non era stato previsto nè preventivato, e quindi dovemmo andare alla ventura.
Scartammo risolutamente Taormina e Giardini Naxos, che ritenavamo proibitivi per le nostre tasche e ci avviammo senza indugio verso Catania.
Eravamo entrambi sfiniti, quando arrivammo a Giarre. L'insegna di un albergo dall'aspetto economico ci consigliò una sosta di perlustrazione. C'era posto, ma ne uscimmo quasi subito, dopo che l'albergatore ci aveva fatto visionare la stanza e il bagno, che era in comune con altre stanze, era dislocato in una zona molto angusta dell'edificio ed era alquanto obsoleto. Non ricordo più il nome di quella sorta di albergo, che si trovava sulla statale per Catania, ma, me ne ricordo ancora di lui, per quei particolari che, se fosse ancora così, lo renderebbero poco consigliabile.
Non fu facile trovare posto quella sera di Vigilia, e questo mi riporta alla mente San Giuseppe e la Madonna quando non trovarono posto in nessun albergo o locanda di Betlemme.
Ci fermammo ad un Motel, e lì trovammo posto. Era rimasta solo la suite presidenziale, che costò un occhio della testa, ma che valse la pena per una serie di particolari non da poco. Tra i quali c'era che, la mattina di Natale, svegliati da un sole caldo e sfavillante, i cui raggi penetravano violentemente dalle intercapedini delle tapparelle, non perfettamente abbassate, ci fecero scoprire di aver alloggiato in riva al mare, ai bordi, e quasi a ridosso di un porticciolo nel quale stavano ancorate innumerevoli barche di pescatori, multidipinte.
Eravamo forse in un luogo come quello descritto da Verga nei Malavoglia?
Non avevamo tempo di indagare, anche perchè altrimenti non sarei ripartito senza aver fatto una serie di foto del posto. E s'era fatto molto tardi, e dovevamo ancora percorrere più di cento chilometri per arrivare all'appuntamento delle ore 13, per il pranzo collegiale di Natale.
(Per notizie sul Castello di Eurialo: http://www.ibmsnet.it/siracusa/eurialo.html
e Archimede: http://it.wikipedia.org/wiki/Archimede
e I Malavoglia: http://it.wikipedia.org/wiki/I_Malavoglia
Nota: esattamente 100 anni fà avvenne il Terremoto di Messina.

(segue)

lunedì, dicembre 29, 2008

Viaggio in Sicilia (sesta parte)

Anche per arrivare al paese "della meta", avevamo due possibilità: scender giù dritto, passando da Niscemi, per poi prendere la statale 115 sicula meridionale, oppure, tagliar di traverso e andar per Comiso. Optai per la seconda alternativa, anche perchè, a Niscemi ci sarei dovuto andare comunque: per un'ambasciata, un impegno, un incarico dovuto a scambio di cortesie. E poi, la via di traverso era anche la più breve, anche se più zigzagata, e con frequenti saliscendi; al contrario dell'altra, che da Niscemi è quasi una lenta discesa unica verso il mare.
Arrivammo, dopo che nel luogo dove eravamo attesi, i ragazzi si erano alternati sul balcone, di vedetta, per vederci arrivare. E fu G. a scorgerci, lanciando subito "l'allarme" ai tre fratelli e agli altri quattro della famiglia.
E qui, serve una divagazione per descrivere quelle case e quel paese.
L'avo, per parte femminile della mia "presentatrice" in quella casa, era uno di quelli che, da quelle parti, si sarebbe detto che "se l'era passata bene". Aveva avuto un'attività di commercio all'ingrosso, con annesso forno e vendita di pane e pasta, nonchè di ogni altro ben di Dio che potesse essere tale in quel suo periodo. Era anche stato un tipo molto intraprendente, tanto che aveva anche una piccola impresa edile. Aveva avuto cinque figlie femmine e un solo maschio, al quale andò l'impresa familiare. Alle cinque figlie, come si usava, e come forse si usa tuttora da quelle parti, era, e forse lo è ancora, quasi d'obbligo fare o lasciare in dote alle figlie una casa, per quanto grande o piccina essa fosse.
Si dà il caso che, in quel paese, nelle estreme vicinanze del centro storico, "colui" possedesse un ampio terreno edificabile. Pensò bene, allora, di costruirvi cinque case, ognuna per ciascuna figlia. E, di fronte al loro ingresso, fece in modo che il Comune vi costruisse una "grande strada", che non esisteva, cedendogli l'area necessaria. La strada divenne il proseguimento di un'altra già esistente, e dalla quale era separata da un'altra più larga, posta di traverso a loro, perpendicolarmente, che poi è quella che costituisce il Corso principale del paese, e conduce dritti al Castello.
Quel Castello, di cui ho già raccontato, nei secoli passati era appartenuto alla dinastia dei Principi Biscari, "padroni" della Sicilia Orientale, per antichissima nomina Imperiale.
Il Castello era per lo più abitato dal Barone, che ne era il custode unico responsabile, e al Principe doveva rispondere "in tutto e per tutto", essendo questi il "padrone indiscusso" di tutte le terre.

In una di quelle cinque case, la prima, posta in fondo della "grande strada nuova", avvenne la fine di quel nostro lungo viaggio d'andata.
Erano le 13,30 del giorno di Natale 1980.
Allegato: Grand Tour

venerdì, marzo 19, 2010

Tradizioni siciliane: il Pranzo Sacro


Soprattutto in quest'ultimo mese, il post Festivita di San Giuseppe in Sicilia è stato uno dei più gettonati di questo blog. E credo lo sia stato per quei siciliani internauti molto interessati alla festa. Nel post parlavo del paese di Acate, in provincia di Ragusa, e l'altro ieri mi ha fatto visita il sito di Natuscia lasciandomi il link per la Festa di San Giuseppe, che ad Acate è ancor oggi molto sentita.
Conosco bene quel paese, per esserci passato con mia moglie in viaggio di nozze. Lei aveva lì alcuni parenti e amici. Ed era stato in quell'occasione che avevo sentito parlare di questa festa, oltre ad aver sentito raccontare di tante altre storie di antiche tradizioni, che, in quella parte della Sicilia sud orientale ancora sopravvivono; tra cui, un rarissimo filmato amatoriale, che credo sia andato perduto, dall'emblematico titolo di "Là dove il tempo si è fermato". Tempo permettendo, scavando nella memoria, cercherò di raccontare qualcosa di quel filmato nel proseguo del blog.
Per stare in tema con la giornata, dedicata alla festa dei papà, ed in primis di San Giuseppe, che di Gesù è stato il padre putativo, ripropongo un brano di quell'articolo pubblicato l'anno scorso.

"Nella tradizione siciliana, la festività di San Giuseppe - qui venerato per essere il protettore degli orfani, i poveri e le ragazze nubili - è particolarmente sentita per le intercessioni e le grazie ricevute da parte del padre putativo del Cristo; per Acate è una ricorrenza ancor più speciale. Per l'occasione si usa preparare un pranzo, detto "pranzo sacro", offerto simbolicamente a tre persone particolarmente bisognose del paese, che rappresentano la Sacra Famiglia.
Il banchetto, allestito oggi all'interno delle case, si svolge su di una grande tavola dove, ai "tre santi", vengono servite svariate pietanze".


La festa, a quel che mi è dato di conoscere, tocca, a volte, vette di grande carità cristiana. Ho conosciuto il caso di una vedova di uno di quei paesi della Sicilia sud orientale che, pur nella sua ristrettezza, qualche anno fa, per adempiere ad un voto, aveva organizzato un fastoso "pranzo sacro". Secondo un'antica tradizione chi ha fatto quel voto si deve impegnare pubblicamente a dare vitto e alloggio per quel giorno alla famiglia più povera del paese; e le porte di quella casa, per quel giorno, devono restare spalancate e accessibili a chiunque voglia assistere e "guardare in faccia" i membri della "Sacra famiglia". La scelta della famiglia viene fatta di comune accordo col parroco del paese, e quell'anno, alla nostra vedova, era toccato dare vitto e assistenza alla famiglia di un carcerato. Questa, rimasta senza sostegno, dopo l'arresto del capofamiglia, era caduta nella misera più nera. A quel punto era stato ovvio far cadere la scelta su quella famiglia, rimasta senza alcun sostegno economico. Il pranzo venne ufficializzato e, come sempre, se ne diede ampia pubblicità con vari mezzi, in primis quello dell'annuncio in chiesa. In deroga all'obbligo di festeggiare la "Sacra famiglia" a porte aperte, il parente in carcere aveva però ottenuto di far effettuare i "festeggiamenti" a porte chiuse. Pur nella disgrazia, nella sua dignità non volle che i suoi familiari mostrassero agli altri il volto della povertà. Tutte le cibarie rimaste di quella festa, e molto altro di più, furono consegnati a quella famiglia, che trovò così di che sfamarsi per i giorni e giorni successivi. Credo anche che quella piccola comunità, che aveva aiutato nell'allestimento di quella festa, si sia poi presa in carico di assistere quei bambini: affinchè le colpe dei padri non ricadano sui figli.
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Questo è il mio modesto contributo alla festa che anche quest'anno si sta svolgendo in quel paese. A quelle famiglie in festa, padroni di casa, vicini che collaborano, e ospiti, porgo i miei più sentiti auguri per una buona riuscita.
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La foto sopra è tratta dal sito http://www.touribleo.com/tour/

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martedì, aprile 19, 2011

La riscoperta di Palermo

Non ho la pretesa di essere stato lo scopritore della Sicilia e del suo capoluogo, ma il fatto d'averne parlato molte volte in questo blog, avrà sicuramente contribuito ad una sua riscoperta come meta turistica preferita dagli italiani per il periodo pasquale (non fosse altro che per i continui messaggi pubblicitari che mi vengono lasciati a commento della serie di post dedicati al Viaggio in Sicilia; messaggi che non pubblico). L'articolo seguente è apparso oggi su Reuters, e mostra il notevole balzo fatto dalla città di Palermo nella classifica delle mete preferite per le prossime vacanze di Pasqua.

Dove volano gli italiani per Pasqua? La scalata della Sicilia
Lo rivela Reuters
Reuters - 19/04/2011 10:00:02

Skyscanner rivela le principali destinazioni scelte dagli italiani per il periodo pasquale. TRENTO, Italia--(Business Wire)-- Sono notevoli le differenze tra il 2010 ed il 2011 nella scelta della destinazioni di viaggio per la Pasqua. E` quanto emerge dai dati analizzati da Skyscanner.it, portale leader nella comparazione di voli low cost. Nell`arco di un anno la top 10 delle città più ricercate ha subito un rimescolamento radicale.

L`unica città a mantenere la stessa posizione, la prima, è Londra, ormai imbattibile destinazione internazionale per eccellenza. Scendendo nei gradini più bassi si fa notare la rimonta di Parigi, che guadagna il secondo posto. La prima italiana a `cadere` è Milano, che lo scorso anno vantava una medaglia d`argento. Il capoluogo lombardo è stato spodestato per finire in settima posizione.

Salgono in classifica le capitali del divertimento e le destinazioni siciliane. Barcellona ed Amsterdam avanzano in coppia fino al terzo e quarto posto, mentre la ricerca di voli per Catania conquista ben cinque posizioni per piazzarsi a metà classifica. Un`altra destinazione che segna l`avanzata della Trinacria è Palermo, che entra nella top 10 con un eccellente ottavo posto.

Ad uscire dalle prime dieci preferite dagli utenti di Skyscanner.it è una delle città più rinomate al mondo ovvero Venezia; il capoluogo veneto nel 2010 era al 9° posto. Drastica anche la discesa di Roma, la capitale d`Italia scende inesorabilmente dal quarto al nono posto. Meno drammatica la posizione della tedesca Berlino che rimane nella top 10, anche se in ultima posizione.

Destinazioni più ricercate Pasqua 2011 Destinazioni più ricercate Pasqua 2010
1. Londra 1. Londra
2. Parigi 2. Milano
3. Barcellona 3. Parigi
4. Amsterdam 4. Roma
5. Catania 5. Madrid
6. Madrid 6. Barcellona
7. Milano 7. Amsterdam
8. Palermo 8. Berlino
9. Roma 9. Venezia
10. Berlino 10. Catania

L'articolo è di Skyscanner.it, che concede l'autorizzazione a riprodurlo online a condizione che se ne indichi il loro link.

Skyscanner Matteo Sassano matteo.sassano@helloadv.com http://www.skyscanner.it/ Facebook: www.facebook.com/SkyscannerItalia Twitter: http://twitter.com/SkyscannerIT Tel. sede italiana: 346 7845082 - 0461 1866419
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venerdì, gennaio 02, 2009

Viaggio in Sicilia (nona parte)

Non volevamo ripartire da Palermo, col rischio, magari, di non aver visto il Duomo di Monreale; fu così che divenne la prima tappa del giro di visite di quel giorno di San Silvestro.
Era una giornata particolarmente soleggiata, e, più tardi, sarebbe stata anche calda.

Mentre salivamo al colle, ove si erge la maestosa costruzione, vedevamo allontanarsi e rimpicciolirsi Palermo sotto di noi. Anche da lì t'accorgi del perchè di quel toponimo ideato per quella località; vista da quella posizione, in una giornata di pieno sole disposto in una certa angolazione, Palermo appare come dorata e raccolta nel guscio di una enorme conchiglia: la Conca d'Oro.

Anche la mia "guida-turistica-per-l'occasione", pur essendo sicula, non aveva ancora goduto di quello spettacolo indimenticabile.

Tra le città d'Italia da me visitate prima d'allora, solo Roma, vista dal Belvedere di Frascati, con alle spalle quel viale posto sotto una cupola fatta dai rami di giganteschi platani, e che porta alla Villa Aldobrandini, le poteva competere. Ci sarebbe stata anche la Milano vista dalla sommità del Monte Stella, a competerle. Ma questo, affinchè ciò si fosse potuto verificare, avrebbe dovuto essere un poco più alto e completamente fuori dal nucleo cittadino, per poter racchiudere tutta Milano in un sol colpo d'occhio. Se, per esempio, la Montagnetta fosse stata "costruita" dalle parti di Corsico, che, per distanza e angolazione rispetto al Duomo è quello che Monreale è rispetto al Centro di Palermo, e fosse stata 150 metri più alta, la fama di Milano nel mondo sarebbe ancor maggiore di quella che è ora.

Ne è passato di tempo, da quella visita, ma come dimenticarsi del gigantesco Cristo Pantocratore, che lascia immobili, di stucco, appena ci s'accorge della sua presenza, entrando nel Duomo, e volgendo lo sguardo in cerca all'altare? E' come se squadrasse l'osservatore; e colui ne resta ammutolito per la possenza. Volgendo lo sguardo alle pareti, ai pilastri, si resta abbagliati dalla lucentezza dei mosaici in oro zecchino, raffiguranti scene bibliche policrome.

Quando ci andammo, non c'erano ancora tutti quegli ulteriori mezzi informativi di cui possiamo disporre oggi. Non c'era ancora Google e tantomeno Michelin maps che spiega metro per metro il tragitto che occorre fare per arrivare nel punto della località prescelta. Spiega tutto, anche eventuali difficoltà di percorso e, per le mete prescelte, indica anche le possibilità di fruizione offerte ai portatori di handicap. Si scopre, così attraverso il link http://www.viamichelin.it/viamichelin/ita/dyn/controller/Mappe
che il Chiostro di Monreale è visitabile da persone con handicap fisici.E questa è un'ottima notizia per loro.
Dopo aver fatto questa scoperta, chiudo celermente il resoconto di quella giornata.

Rientrati a Palermo, dedicammo il pomeriggio alla visita della città, seguendo le indicazioni della Guida Michelin, che, per ogni sito o monumento, ne indica il grado d'interesse, segnalandolo con asterischi che vanno da uno a tre: interessante - merita una deviazione - vale il viaggio.
Completammo il giro della città, iniziato il pomeriggio precedente, visitando l'esterno del Palazzo dei Normanni, la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti, i Quattro Canti, la Fontana di piazza Pretoria. In piazza Bellini ammirammo l'esterno della chiesa di San Cataldo e la Martorana. Un salto all'Orto Botanico, per poi concludere con quella messa officiata dal Cardinal Pappalardo, nella Cattedrale.


Per una visita guidata al Duomo di Monreale: http://carabelta.free.fr/eicon/monreale.php
Foto: da Wikipedia: Cristo Pantocratore

sabato, gennaio 03, 2009

Ricevo e pubblico

Faccio questa pausa, nel racconto del Viaggio in Sicilia, per pubblicare un commento di anonimo, pervenutomi ieri, e relativo ad un post del 20 0ttobre 2007: L'Italia dei Valori Immobiliari. Fu quell'occasione che m'ispirò il motto qui a destra, sopra quello di Guareschi.
Molti di coloro che non hanno compreso totalmente quella frase, alcuni dei quali me l'hanno ampiamente criticata, ora mi perdoneranno anche, e capiranno che non sono il solo a pensarla in certo modo, su taluni leader della sinistra "oltranzistamente"-contro-Berlusconi, quelli che si autodefinivano dalle "mani pulite".

Dall'esame degli atti processuali della causa Occhetto/Veltri/Di Pietro,la cosa che più mi ha creato disgusto è il vedere un presunto "Mani Pulite" dimostrare quanto abbia imparato durante le indagini sulle "sponsorizzazioni" al PSI e DC di buona memoria:creare una "Associazione" ed un "Movimento",che hanno lo stesso nome,ma dove la gestione è completamente diversa,così da far entrare i soldi...PUBBLICI(40 milioni di euro!) per il MOVIMENTO,nell'ASSOCIAZIONE,che invece gestisce i soldi senza alcun vincolo,nè controllo...Esempio:600.000 euro per "Le pari opportunità",mai viste dalla responsabile dell'IDV per questo fine...!Ma Di Pietro,perchè non si dimette?VERGOGNA,VERGOGNA,VERGOGNA!

Leggendo un saggio di Vito Riggio - Sicilia, fragile speranza? - c'è un passo di sorprendente attualità, nonostante il pensiero sia stato concepito cento anni fa.

" Sorprende che, ancora ai primi del Novecento, Gaetano Mosca, il grande scienziato di cose politiche e per due volte deputato del collegio di Caccamo, nel descrivere una crisi politica al Comune di Palermo, adoperi lo stesso schema interpretativo (nota mia: quello di Di Castro, messinese, coetaneo di Machiavelli e Guicciardini, per descrivere certi lati del carattere di taluni politici siciliani, suoi contemporanei) per denunciare il feroce moralismo di coloro che in realtà si dolgono di non potere compiere le malefatte che attribuiscono ai loro nemici e che, identiche perdonano e perfino esaltano se compiute dai loro amici di partito o di fazione. "

Morale e saggezza di questo splendido passo di freschezza e attualità sorprendenti, se riferito al personaggio menzionato in questo post.

Allegato da guardare cliccando: http://sarcastycon.wordpress.com/2009/01/02/1373/

lunedì, giugno 10, 2013

La contraddizione dell'Europa


Ormai che l'Europa è misura di tutto, ad ogni osservatore più attento non può sfuggire il livellamento verso il basso delle scelte operate e la mancanza di un progetto comune, non solo nell'attuazione di politiche unitarie, ma nell'identificazione di scelte opportune.
L'Europa è avvertita oggi con fastidio dal cittadino, lontana e impegnata in discussioni che rimangono nella inutile sfera di una "palestra" verbale, e per di più limitata, se si pensa che ogni gruppo politico per assegnare il tempo di parola, deve limitare ai 2 minuti di tempo massimo ogni intervento, per soddisfare le richieste delle varie delegazioni e non accendere focolai di insoddisfazione già nel suo interno.
Paradossalmente sono i gruppi minori, proprio perché costretti ad esprimere un solo oratore, alla fine quelli che riescono ad esprimere una posizione unitaria e non contraddittoria nella serie infinita degli interventi in Aula, che non servono proprio a niente.
Ogni mese, con una puntualità stabilita già l'anno precedente con una discussione tra i gruppi che appare una discussione semplice, senza contrasti - ma che poi necessita dell'intervento del Presidente del Parlamento europeo (oggi lo statista Schultz..) per definire se in tale mese si dovrà iniziare il lunedì 4 o quello successivo - questa Assemblea che ogni cinque anni gli europei sono chiamati a rinnovare per eleggere i rappresentanti del proprio Paese, si sposta armi e bagagli verso Strasburgo, capitale dell'Alsazia con un dispendio di fondi calcolato in centinaia di milioni di euro, e questo mentre il Consiglio riduce pensioni e modifica pesantemente gli organigrammi funzionali.
A Bruxelles per tutto il mese, con la pausa delle missioni interne ai gruppi o alla definizione delle relazioni da presentare in Aula, ad ogni vigilia di Plenaria, si scatena, da parte delle "maestranze", una vera e propria lotta per essere inseriti nell'organigramma di Strasburgo, decisione che porta qualche soldino in più, che non fa male (oltre 1000 euro per un'attività lavorativa che inizia alle 17.30 del lunedì e si conclude alle ore 13 del giovedì successivo con fuga precipitosa sulle auto di servizio, ove disponibili, o sul treno gentilmente e a prezzo stracciato messo a disposizione dalle ferrovie francesi e belga.
Nel frammezzo ci sono cene e pranzi offerti - pantagrueliche le abbuffate di asparagi offerte dal municipio di Strasburgo ai poveri rappresentanti del PE - attività umane nell'uranio dell'Europa inarrivabile.
Però resta un quadro deleterio quello che ci offre l'Europa, dietro le quinte, ma ancora pi' tragico quello che traspare dall'attualità cosiddetta politica.
Per fortuna noi italiani siamo favoriti da una pattuglia di europarlamentari, sono 79, che difendono l'Italia in ogni occasione, suscitando anche l'ammirazione dei 4 deputati lussemburghesi presenti nell'Assemblea, o dei 5 ciprioti o maltesi ! Eurodeputati che nessuno in Italia conosce, che non si sa cosa facciano, tranne che guadagnare un lauto stipendio a cui si aggiungono indennità varie, facilitazioni di viaggio, spese di diaria giornaliere, fondi per segretarie e assistenti , guarentigie che "obbligano" praticamente chi assapora queste delizie di Europa a fare carte false pur di ritornarci.
Da considerare anche che l'impegno si esplica per 5 anni, al sicuro da crisi di governo (che non esiste) o da antipatie di partito, e che consente di accumulare un discreto saldo pensionistico. Ora non vogliamo sparare sul morto, ma vorremmo capire cosa ci fanno in europa De Mita o Mastella, Angelilli o Bonsignore, Salvini o Borghezio, ma pure Fidanza, La Via, Bonsignore, Sonia Alfano, Serracchiani, Sassoli, Comi o Renzulli, e in che modo abbiano mai salvaguardato gli interessi nazionali...
Però, dicevamo, l'Europa nel suo insieme appare distante e solo serbatoio di lobbies e interessi particolari, sempre sulle spalle del cittadino.
Quest'anno poi assisteremo ad un altro allargamento, e sono 28 proprio con la Croazia, a cui non abbiamo chiesto nemmeno riparazione ai danni di guerra e agli espropri subiti violentemente dalla comunità italiana, a proposito della vigilanza dei nostri rappresentanti, mentre si delineano le candidature di Albania, Serbia con la Turchia sempre in attesa, per riempire il calderone informale della babele europea, dello Stato federale che ha ucciso la sovranità degli Stati nazione.
Una grande Europa politica? ma no! Solo una più vasta area di libero scambio dove già circolano liberamente merci, capitali e persone, ma anche emigrati clandestini, droga, merci contraffatte, criminalità in genere, non ultima quella bancaria, sempre sotto la vigilanza dei nostri rappresentanti, e questo nel momento in cui si sogna l'Europa politica e Paesi recentemente ammessi, come la Bulgaria, dimostrano la loro passione per l'Unione europea votando solo al 37% degli aventi diritto, in occasione delle ultime europee.
Povera Europa, oggi che può vantare i nostri nominati istituzionali alle politiche estere e a quelle comunitarie nella persona di Emma Bonino - 02% di suffragi erosi dalle marce della fame di Giacinto Pannella detto Marco e dalle pratiche abortiste documentate da Youtube, il tutto sotto l'egida protettiva del Mahatma Gandhi, pacifista e diverso, ma non è un'offesa.. - .e Moavero Milanesi, suo degno capogabinetto ai tempi dello scandalo Echo, il settore cooperazione di cui era commissaria responsabile proprio la Emma nazionale, oggi riconfermato per chissà quali meriti (familiari? fondazione della Bocconi?) ministro per gli affari europei...


Da L'Altra Sicilia.org

autore Francesco Paolo Catania

domenica, dicembre 28, 2008

Viaggio in Sicilia (quarta parte)

Natale 1980, eravamo a Catania, quella mattina. Il sole sfavillante e il cielo terso: sarebbe stata una gran bella giornata.
Ci avviammo frettosolamente verso il luogo d'appuntamento, ma una piccola deviazione me la volli concedere, prima di indirizzarmi verso la Strada Statale 417, più popolarmente nota come Strada ad Alto Scorrimento Catania-Gela.
Volevo passare davanti al Teatro Massimo "V.Bellini".

Vincenzo Bellini, catanese, è stato uno dei forse dieci più grandi musicisti, che hanno reso immortale l'opera lirica italiana nel mondo. Nelle sue opere, c'è molto della sua terra: ha inserito brani dell'antico folklore siciliano, trasformandoli in sinfonie, melodie ed arie di incomparabili bellezza. Ne è esempio eloquente la sinfonia d'apertura di Norma, poi richiamata varie volte, nel corso di svolgimento dell'opera.
Avanzavo ed ammiravo la struttura cittadina, ma con una certa circospezione. Sentivo uno strano disagio. Non era più come l'aria di "casa mia", l'aria della Milano operosa. Quella stessa aria che aveva respirato anche Catania negli anni '60, e in quasi tutti i '70. Non era più la Milano del Sud. Definizione che era stata coniata per lei, a motivo dell'operosità "onesta" della città. Ora, la Piovra aveva allungato i suoi tentacoli anche da quelle parti, ed aveva infranto il sogno di tanti miei connazionali, i quali avevano tanto sperato nella "rinascita" siciliana, operabile attraverso il possibile contagio del "buon esempio" che le sarebbe potuto venire dai catanesi. Purtroppo, non era stato così: ce lo ha insegnato la storia degli ultimi trent'anni. E ora, si spera tanto nel possibile mutamento "d'abitudini" degli isolani.
Imboccai finalmente quel tratto di Strada Statale, e, di mano in mano che ci allontanavamo dalla città, l'aria ci diventava meno greve: c'inoltravamo verso la provincia babba, quella di Ragusa.

lunedì, dicembre 29, 2014

I poco invidiabili primati di Agrigento


Esattamente come oggi, il 29 dicembre di tanti anni fa, ero stato felice per una visita di piacere alla Valle dei Templi di Agrigento (Viaggio in Sicilia)
Oggi, invece, m'ha riempito di tristezza e amarezza l'apprendere notizie altamente negative sulla città: Agrigento è la città meno vivibile d'Italia. Eppure i suoi consiglieri comunali sono i più stakanovisti d'Italia (I poco invidiabili primati di Agrigento).

E questa è un'altra delle cause che hanno fatto salire a dismisura il debito pubblico italiano.




Luigi Pirandello, agrigentino doc, che aveva già una visione alquanto negativa dello stato, oggi, alla luce di tali fatti, l'avrebbe certamente ancor di più.





Chissà che Gianfranco Jannuzzo, anche lui agrigentino doc, e autore di quel brillante monologo  Girgenti amore mio, non ci metta una pezza su questa vicenda, scrivendo un altrettanto monologo dolcemente graffiante del genere Nord Sud.


 

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