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mercoledì, marzo 09, 2011

Viaggio in Sicilia (undicesima parte)

Piazza Vigliena o Quattro Canti: dal sito http://www.globopix.net/
Palermo 1625: cause e origini di un'inarrestabile decadenza

Prosegue il racconto di quel favoloso viaggio in Sicilia di 30 anni fa, qui diventato virtuale perchè spinti all'indietro nel tempo, al secolo XVII. Dal racconto precedente Viaggio in Sicilia, decima parte, si erano compresi i motivi principali, lavoro e tasse, e aggiungiamoci anche il clima più salubre, per i quali molta gente di qua si era lasciata convincere dall'intraprendere quel viaggio dal Nord verso Palermo, nella stragrande maggioranza dei casi un viaggio senza ritorno. Il punto d'arrivo era stato Palermo, ma da lì molti lombardi si espansero poi per tutta la Sicilia. E a lasciare definitivamente la propria terra d'origine, in direzione di Palermo, non furono solamente lombardi dell'Alto Lario (vedere il post Emigranti del Lario verso Palermo), ma bensì anche abitanti di altre città, tra i quali primeggiarono, per numero di emigranti presenti in Palermo, che superava il 50% del totale immigrati, i genovesi. Andavano tutti in cerca di migliori condizioni di vita, della facilità con cui vi si trovava subito un lavoro decoroso. Palermo, come scritto nel post precedente, relativo alla serie del viaggio in Sicilia, in quei secoli XV, XVI e XVII era tutta infervorata nel cambiare il volto dell'antica città. Quell'alacrità e fervore, per l'abbellimento della città, ebbe dello strordinario se pensiamo che a Palermo, al pari di Milano, e quindi a nord e a sud dell'Italia, regnarono sovrani spagnoli per alcuni secoli, e che quindi la mente che sovrintendeva al fatto che in una località vi fossero migliori condizioni di vita rispetto a un'altra, dipendeva tutta dalla stessa mente pensante: era una mente unica a governare il tutto. E quindi, in mancanza di altri riscontri, si potrebbe supporre che Palermo in quel periodo godesse di privilegi o frachigie che in altre parti del Regno non esistettero.

Il misterioso personaggio storico di un nostro futuro racconto era tornato a Palermo dopo 35 anni da una precedente permanenza, e vi trovò una città ancor più bella e più rinnovata di prima. Ma sulla città incombeva già un fatale destino, che la portò verso quel declino inarrestabile di cui forse soffre tuttora.
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Nel 1615 a Palermo "su centoventimila abitanti c'erano almeno un migliaio di mercanti forestieri residenti, tra cui, più della metà, precisamente 592 erano genovesi. Anche l'arcivescovo, Giannettino Doria, era genovese, a conferma del rapporto privilegiato tra le due città.
Palermo si stava rivestendo di eleganza barocca, opulenta e ricercata.
Il trionfo della oligarchia neofeudale aveva solennizzato l'inizio del nuovo secolo con l'apertura di via Maqueda, ortogonale al Cassaro: l'operazione urbanistica era dettata da motivazioni sociali simili a quelle che avevano portato all'apertura della Strada Nuova a Genova, ma in questo caso il tessuto cittadino veniva spezzato con l'innesto di un secondo asse direzionale. Nel punto d'incrocio con il Cassaro si era formata la nuova piazza cerimoniale dell'Ottagono, poi detta dei Quattro Canti (foto).
La nuova quadripartizione urbana, attuazione letterale dello stemma municipale, raffigurante una croce che unisce e separa gli emblemi dei quattro quartieri, trovava la sua rappresentazione nel vasto apparato simbolico della piazza, ornata dalle statue delle sante protettrici dei quartieri (Oliva, Agata, Cristina, Ninfa), dei re di Spagna ( Carlo V, Filippo II, e dal 1621 Filippo IV), e delle quattro stagioni.
La simbologia dell'impianto a croce costituiva anche un riconoscimento del ruolo della Chiesa: a Palermo l'impulso architettonico del trionfalismo controriformistico ebbe una funzione trainante, assolvendo nel contempo un compito di coinvolgimento sociale. I grandi ordini religiosi promuovevano con fervore l'incisivo mutamento del quadro ambientale, monopolizzando la cultura (soprattutto grazie ai gesuiti, che controllavano l'istruzione superiore), gli investimenti immobiliari , l'organizzazione delle corporazioni artigiane.
La nobiltà, che si era rafforzata partecipando alla valorizzazione delle terre feudali, convergeva nella capitale per celebrare i fastosi riti del potere, attestandosi nelle grandi vie residenziali.
I coniugi Lomellini non potevano permettersi di vivere nei quartieri più eleganti, ma erano comunque in cerca di una sistemazione stabile; dopo i decenni trascorsi a Genova da una casa d'affitto all'altra, approfittarono dei prezzi più accessibili di Palermo per comprarsi un'abitazione dove trascorrere gli ultimi anni in tranquillità. Acquistarono dalla vedova Francesca Spinelli una "domus magna" - la registrazione è del 27 novembre 1615 - sita nell'antico quartiere arabo di Seralcadii, in "strada Pilerij", a ridosso delle mura cittadine. Da allora, negli atti notarili (*) e il marito saranno definiti "cives Panormi", cittadini di Palermo.
(...)
L'arrivo a Palermo nel 1623, come nuovo vicerè, di Emanuele Filiberto di Savoia, riaccese probabilmente un clima di attenzione attorno alla pittrice, poichè il Savoia - nipote e omonimo del celebre "Testa di Ferro" eroe della battaglia di San Quintino - era un figlio cadetto dell'infanta Caterina Micaela. Se (*), per visitare l'illustre pupilla, si era effettivamente recata a Torino, aveva conosciuto il vicerè da bambino.
Fu Emanuele Filiberto a convocare a Palermo, nella primavera del 1624 il pittore fiammingo Anton Van Dyck, commissionandogli un ritratto e una grande pala della Madonna del Rosario. Van Dyck era ormai un artista molto affermato: a ventidue anni, nel 1621 aveva lasciato Anversa per compiere un viaggio di studio in Italia, fermandosi a Genova sulle orme del suo maestro Rubens, e diventando un disputato ritrattista. Sicuramente aveva sentito parlare dell' (*) - ammirata anche da Rubens - e aveva potuto vederne alcune opere nelle quadrerie dei suoi committenti genovesi. Dopo aver proseguito il suo giro con tappe a Roma e Venezia per arricchirsi a contatto con i capolavori dell'arte rinascimentale, aveva risposto all'invito del vicerè arrivando a Palermo per mettersi al lavoro sul ritratto (foto, da Wikipedia)
La sua prima richiesta fu di poter incontrare (**).
La venuta di Van Dyck coincideva con lo scatenarsi di una devastante pestilenza: i primi casi furono registrati in maggio ma non si presero seri provvedimenti fino a giugno. Le autorità, dimentiche della rovinosa epidemia del 1575, tergiversavano, mentre la malattia, presa alla leggera, dilagava vertiginosamente.
La stessa visita di Van Dyck a (*), avvenuta il 12 luglio, quando a Palermo si contavano già milletrecento morti di peste, dimostra che non erano sospesi i ritmi della vita quotidiana in città. Anzi il pittore, nell'accurata descrizione che fa dell'incontro in una pagina del suo Quaderno italiano, non accenna neppure alla tragedia che stava decimando l'intera popolazione.
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...Il rapporto fra Van Dyck e l'(*) non si esaurì in un unico incontro, perchè la pittrice prese il giovane sotto la sua protezione: "Fu da quella molto cortesemente aiutato nei suoi bisogni e sollevato in alcuni travagli che gli sopraggiunsero e gli diedero motivo di fermarsi molto poco in quell'isola".
In realtà fu la recrudescenza della peste ad allontanare il fiammingo dalla Sicilia: in agosto morì lo stesso vicerè, suo committente. (*) invece, nonostante il fisico debilitato dall'età, schivò la malattia, dalla quale era rimasta indenne anche nel 1575. In quell'epidemia morirono circa trentamila persone, un quarto dell'intera popolazione: per Palermo fu l'inizio di un'inarrestabile decadenza".

Nota: con l'asterisco (*) si è voluto indicare il nome di un personaggio "misterioso", il cui nome verrà rivelato in un prossimo post; in corsivo, la trascrizione delle pagine dalla 225 e seguenti del libro di Daniela Pizzagalli, La signora della pittura - Rizzoli Editore.


 

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