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sabato, dicembre 04, 2010

Dai Visconti agli Sforza: l'inizio

Non correva buon sangue tra i Visconti, signori di Milano, e i Dogi di Venezia, sempre in guerra tra loro, per spartirsi fette della Lombardia. Ciò non di meno, Bianca Maria, unica erede legittima del ducato milanese di Filippo Maria Visconti, mentre era di stanza nel Veneto col marito Francesco Sforza ne volle approfittare per una fugace visita a Venezia. Non c'era stato nulla di programmato. Francesco non era ancora quel che sarebbe diventato, per cui non aveva ancora nulla da temere dai veneziani, anzi, in passato aveva pure militato qualche volta nelle loro fila; la moglie, invece, essendo una Visconti è plausibile pensare che non sarebbe stata ben accetta al Doge. Ciò non di meno, quel giorno avvenne una sorta di miracolo: venuto a conoscenza della visita di una Visconti, tutto il popolo veneziano si era accalcato lungo le rive del Canal Grande per ammirarla e...
"Il suono delle campane e delle trombe si ripercuoteva da una riva all'altra, mentre il corteo sfilava lungo il Canal Grande, dove si allineavano i palazzi con le facciate in cotto ravvivate dai colorati intonaci; una fitta vegetazione decorativa invadeva cornicioni e davanzali. Fra i palazzi spiccava quello nuovissimo del mercante patrizio Marin Contarini, già denominato Ca' d'Oro."

E' il 2 maggio 1442, la coppia dei neo sposi Francesco Sforza, quarantenne, e la diciassettenne Bianca Maria Visconti sono appena arrivati a Venezia, per quel supplemento di vacanza, e vengono ricevuti con tutti gli onori regali dal doge Francesco Foscari.

"La coppia sforzesca venne ospitata probabilmente a palazzo Bernardo, dove subito si radunarono amici e fiancheggiatori: primo fra tutti Angelo Simonetta, che svolgeva a Venezia la delicata funzione di "oratore" dello Sforza, era cioè residente e addetto, come illustrava l'appellativo, a perorare con facondia gli interessi del signore, mentre venivano definiti ambasciatori i diplomatici in missione straordinaria."

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Il corsivo è copiato dal saggio di Daniela Pizzagalli:
La Signora di Milano
- Vita e passioni di Bianca Maria Visconti, BUR - Rizzoli
Foto di Fausto Maroder della Alloggi Barbaria Blogspot - Venezia
in alto: Palazzo Bernardo
in basso: Cortile della Ca' d'Oro

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venerdì, dicembre 03, 2010

L'arte del governare

Le pagine del saggio La Signora di Milano - Vita e passioni di Bianca Maria Visconti, di Daniela Pizzagalli (BUR Rizzoli), contengono un trattato di alta teologia applicabile ai governanti di ogni genere e di ogni tempo, che trascrivo integralmente.


Filippo Maria Visconti, angosciato per l'invadenza veneziana e prostrato fisicamente dall'aggravarsi dei suoi malanni, sentendosi vicino alla fine cominciò a temere per la salvezza dell'anima. Il 9 maggio 1446 scriveva al frate domenicano Guglielmo Lampugnani, suo cappellano, incaricandolo di radunare sei eminenti teologi per sottoporre al loro giudizio uno scrupolo che tormentava la sua coscienza: "A noi occorre alcuna volta alla mente un pensiero: ci pare difficile cosa e quasi impossibile che un signore temporale si possa salvare appresso Iddio" . I governanti gravano di tasse i sudditi, diceva in sostanza il duca, impadronendosi dei beni degli orfani, delle vedove, dei poveri, delle chiese, ed è impossibile restituire il mal tolto perchè occorerebbero tesori infiniti.


L'illustre commissione redasse un documento latino in risposta, zeppo di citazioni dai Padri della Chiesa, dai Codici e dalle Decretali, accompagnato da un breve riassunto in volgare, una sorta di trattatello sul buon governo che affermava: se non è lecito a un signore esigere dazi e gabelle in misura da eccedere le consuetudini, è pur accettabile che vi ricorra in caso di ineluttabile necessità, come sarebbe la difesa dello Stato dai nemici. Si tratta quindi di stabilire se una guerra è giusta o ingiusta. Nel primo caso si possono gravare i sudditi di imposte, ma essi debbono però essere difesi dai soprusi e dalle violenze dell'esercito; in caso contrario, il principe è responsabile e deve risarcire chi è stato danneggiato. Se non ha la possibilità di arrivare alle vittime, distribuirà ai poveri le somme destinate al risarcimento, secondo il consiglio del vescovo o del papa.

La parte conclusiva del discorso esaminava il comportamento di Filippo Maria, definito un principe liberale nelle elemosine e nient'affatto proclive a esagerare con le tasse, che era obbligato a imporre per le necessità belliche; d'altra parte era impossibilitato a un'integrale restituzione perchè non avrebbe più avuto fondi per l'esercito, indispensabile alla stabilità dello Stato. Per assicurare la sua salvezza eterna sarebbe bastato pentirsi degli abusi passati e non ricaderci, frenare le spese superflue e difendere la morale, punendo le bestemmie e il lusso sfrenato delle donne; vigilare sulla correttezza dei pubblici funzionari e favorire una riforma dell'amministrazione e dei costumi di chiese e monasteri. Infine avrebbe dovuto pensare alla sua successione, in modo che lo Stato potesse continuare a vivere tranquillo, prospero e rispettato.

Immagini da Wikipedia

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sabato, gennaio 16, 2010

Cenni storici su Haiti

Tv7 di ieri sera ha contribuito a migliorare il grado di conoscenza su Haiti, il paese più povero delle Americhe, che non è affatto migliorato da quando nel lontano 1934 ha dichiarato la propria indipendenza dagli Stati Uniti. Al "colonialismo" statunitense sono succedute dittature militari, anche efferate, che hanno contribuito a tenere molto basso il livello di vita e il grado di istruzione della popolazione. Guarda caso, Haiti confina ad ovest con l'isola di Cuba, dalla quale è separata da uno stretto lembo di mare. Il Periodo dei Duvaliers , padre e figlio autonominatisi presidenti a vita (1956-1986), ma soprattutto di quest'ultimo (soprannominato Baby Doc: 1971-1986) succeduto al padre all'età di soli 19 anni, è da considerare il periodo più nero della storia recente di Haiti.

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