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domenica, luglio 18, 2010

Retaggi storici

Le pagine dalla 280 alla 283 del libro di Marta Boneschi: Milano, l'avventura di una città - avvincente libro, ben fatto e bene impostato - da cui, tra l'altro, ho trovato ispirazione per altri post pubblicati qui e altrove, tra i quali: L'Accademia dei Pugni, può chiarire in molti l'anacronistica storica divisione tra destra e sinistra, esistente ancor oggi in Italia, e basata unicamente su errori di valutazione di coloro che vedono nel governo Berlusconi una riedizione dei fasti del ventennio fascista. Secondo me, nulla di più sbagliato. Nella seconda parte verrà anche messo in evidenza il pregiudizio persistente che certi francesi, anche e soprattutto personaggi della cultura e dello spettacolo, hanno nei riguardi dell'Italia; il caso Battisti ne è la conferma più eclatante. Ma anche gli inglesi, come è trapelato da un servizio sul Tg5 di ieri, hanno dell'Italia tali e tanti stupidi pregiudizi da farmi dubitare seriamente sul grado di conoscenza dell'Italia da parte di loro giornalisti che vogliono parlare d'Italia. Come si vede, su certi temi tutto il mondo è paese, e di giornalisti ignoranti su certe materie ce n'è da tutte le parti; mi vien da chiedermi chi dà loro il diploma o patente da giornalista?

Come al solito, non potendo fare il copia-incolla del capitolo della Boneschi, perchè credo che ancora non esista su internet, lo trascrivo integralmente, confidando, come al solito, non mi si facciano querele per violazione della legge sul copyright.

Titolo del capitolo di Marta Boneschi "La quercia crudelmente sradicata"

"Il 12 agosto 1921 Turati era tornato a Napoli, dove lui e Anna si erano innamorati tanti anni prima. Era andato a "ripescare la nostra casa di trentasei anni fa" trovandola "precisa identica", e aveva scritto ad Anna di aver visto "la tua finestra quasi d'angolo al secondo piano, se non sbaglio, semiaperta, che pareva ti ci dovessi affacciare colla Ninetta nelle braccia". Dopo tanto tempo il portiere del palazzo ricordava ancora "la studentessa bionda e russa...una così buona signora". Dalla scrivania che guarda le guglie del Duomo, Anna aveva risposto: "Il tuo pellegrinaggio a Napoli mi ha fatto venir giù grossi lagrimoni di commozione". Ormai avanti negli anni, avviliti per la sistematica distruzione della libertà, i due si abbandonano al ricordo dei tempi felici. Sanno bene che il peggio può ancora venire. Nel 1925 la salute di Anna peggiora di continuo, non ci sono speranze. Muore il 29 dicembre, assistita dal suo Filippin.
Il 31 dicembre, giorno del funerale, una gran folla è radunata sotto i portici in attesa che la bara venga portata a spalle in piazza San Fedele, e da lì al cimitero Monumentale. Il corteo è così lungo che, mentre la testa si avvicina agli archi di porta Nuova, la coda aspetta ancora di muoversi. In via Manzoni molti si affacciano alle finestre e ai balconi, altri sostano a guardare dai marciapiedi. I fascisti non perdono l'occasione di levare grida e insulti qua e là, qualcuno lancia uno sputo alla bara, altri strappano le corone di fiori. Al cimitero, dove Enrico Gonzales, brillante penalista e fedelissimo di Turati, pronuncia il discorso di addio, un'altra gazzarra esplode quando un gruppo di fascisti tenta di rovesciare il feretro. Un poliziotto aggredisce Parri a manganellate, Bauer è gettato a terra e si ferisce il naso.
Ai primi di dicembre 1926 Turati lascia in modo rocambolesco la sua casa sorvegliata dalla polizia. Da tempo solo, malato di cuore, minacciato di aggressione, è soccorso proprio da quei giovani avversari del fascismo che, come lui, credono alla libertà e alle riforme e ripudiano la violenza. Guidano l'operazione Carlo Rosselli, la moglie Marion Cave e Ferruccio Parri, i quali ottengono che Paolo Pini, pioniere della psichiatria e medico curante di Turati, metta a disposizione la sua automobile e il fidato autista. Poichè è impensabile trascinare d'inverno l'anziano Turati su per le montagne verso la Svizzera, occorre trovare un'altra via. Un giorno, per caso, Bauer incontra in piazza Fontana il socialista savonese Sandro Pertini, il quale ha un braccio al collo, fratturato dalle botte fasciste, e sta cercando di espatriare. Spunta così il progetto di una fuga via mare dalla Liguria. Ai primi di dicembre Carlo e Marion conducono Turati nel solaio del suo palazzo, il cui portone su piazza del Duomo è piantonato giorno e notte. Dal solaio passano all'edificio adiacente, che ha un'uscita su via Foscolo. Qui l'autista di Pini, manovrando in retromarcia nell'androne, può prenderlo a bordo, fuori dalla vista delle guardie, e rapidamente sparire. Bauer tiene d'occhio i poliziotti durante l'operazione. Per un caso, mentre attende di veder comparire l'auto, gli viene incontro Umberto Ceva, un chimico, anche lui antifascista. Colgono l'occasione di mettersi a chiacchierare e distolgono l'attenzione dei poliziotti proprio nell'istante in cui Turati s'infila nell'auto, che se ne va imboccando via Berchet."

Fine prima parte

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